Il ritorno dello Strillone di Shinjuku
Per chiunque sia cresciuto a pane e pane e animazione giapponese negli anni ’90, il nome di City Hunter non è solo un titolo, ma un’icona scolpita nella memoria. Ryo Saeba (o Hunter, per chi è rimasto legato al primo adattamento italiano) rappresentava il prototipo perfetto dell’eroe irresistibile e contraddittorio: un “sweeper” infallibile, carismatico e letale, ma perennemente in bilico tra il suo leggendario sangue freddo e quel lato perverso e scanzonato che lo rendeva così umano e divertente. Era l’eroe che sapeva far sognare adolescenti e ragazzini occidentali a colpi di Colt Python .357 magnum, inseguimenti mozzafiato e una sfilata infinita di bellissime “clienti” da proteggere sotto l’ombra dei grattacieli di Shinjuku.
Nato originariamente tra le pagine di Weekly Shōnen Jump dalla matita di Tsukasa Hojo, il franchise ha attraversato i decenni con una forza dirompente: dal manga cult all’anime indimenticabile, fino ad arrivare alla recente e fortunata trasposizione live-action su Netflix che ha riacceso i riflettori su Kaori e soci. Eppure, in questo vasto ecosistema mediatico, esisteva un tassello mancante, una sorta di “sacro graal” videoludico rimasto confinato per trentasei lunghi anni nel solo mercato nipponico: il titolo sviluppato da Sunsoft per il leggendario PC Engine.
Informazioni sul gioco
City Hunter
Data d’uscita: 25 febbraio 2026
Piattaforma: PC, PS5, Xbox Series X | S, Nintendo Switch
Versione recensita: PS5
Sviluppatore: SUNSOFT, Red Art Games
Publisher: SUNSOFT
La recensione è stata realizzata grazie al gentile supporto di SUNSOFT

Per decenni, questo action a scorrimento laterale è rimasto un miraggio per i collezionisti europei, languendo nell’oblio delle importazioni proibitive e delle barriere linguistiche. Almeno fino a oggi. Grazie a un’operazione di restauro quasi archeologica, Red Art Games e Clouded Leopard sono riuscite nell’impresa impossibile: districare il groviglio di scartoffie legali, mettere le mani sul codice sorgente originale di Sunsoft e rimasterizzare l’opera per portarla finalmente su console moderne in una veste rinnovata. Ma in un mercato dominato da produzioni tripla A, basterà rinfrescare il sistema di combattimento e pulire i pixel per rendere questo reperto degli anni ’90 un titolo ancora godibile nel 2026? Impugnamo la nostra 357 e scopriamolo insieme in questa recensione.



Il cuore pulsante dell’opera di Tsukasa Hojo è sempre stato il perfetto equilibrio tra il dramma poliziesco e la commedia demenziale, con Ryo Saeba impegnato a ripulire le strade di Tokyo da corporazioni corrotte, ricettatori senza scrupoli e spietati estorsori, il tutto mentre cerca di fare il “cascamorto” con l’affascinante cliente di turno.
Il nome di City Hunter non è solo un titolo, ma un’icona scolpita nella memoria
Il titolo di Sunsoft ambisce dichiaratamente a ricalcare questa narrazione scanzonata, ma purtroppo la missione fallisce parzialmente a causa di un peso degli anni che si fa sentire in modo quasi opprimente. Non parliamo solo di una questione anagrafica, legata a un’estetica che pure mantiene un suo fascino retrò, ma di una struttura che oggi appare stanca e polverosa. Il loop di gioco, infatti, si può riassumere in un’estenuante camminata lungo corridoi lineari e piatti, stracolmi di porte chiuse, nella speranza che una di esse conduca finalmente a un oggetto chiave o a una nuova area, spezzando la monotonia di una progressione che non sembra mai decollare davvero.



Nonostante gli sforzi profusi in questa versione moderna, che includono l’aggiunta di livelli di difficoltà più accessibili e un generale ritocco all’intelligenza artificiale dei nemici, le rigidità di fondo rimangono troppe e troppo evidenti per essere ignorate nel 2026. Ogni livello si trasforma rapidamente in un labirinto gigantesco e dispersivo, composto da una successione infinita di porte e avversari che respawnano con una frequenza a dir poco frustrante.
Sebbene abbattere i sicari russi o i criminali comuni non sia un’impresa impossibile dal punto di vista della sfida pura, il vero ostacolo è la noia che deriva da un design così ripetitivo. A peggiorare le cose interviene un difetto che definire irritante è un eufemismo: i proiettili nemici che arrivano da fuori inquadratura, colpendoci senza darci il tempo di reagire. Se trent’anni fa, sui limiti hardware del PC Engine, questo era un peccato veniale accettato con rassegnazione, oggi, da un restauro che dichiara orgogliosamente di aver messo le mani sull’IA del gioco, ci si aspetterebbe una pulizia ben più profonda dei pattern d’attacco.
Le rigidità di fondo rimangono troppe e troppo evidenti per essere ignorate nel 2026
Per mitigare questi spigoli taglienti del passato, Red Art Games ha inserito le ormai immancabili funzioni di comfort che caratterizzano ogni operazione nostalgia degna di questo nome. Troviamo quindi l’opzione per il rewind, fondamentale per rimediare a una morte ingiusta, diversi filtri grafici per simulare i vecchi monitor CRT e varie opzioni di risoluzione per adattare i pixel agli schermi moderni. Un tocco di classe per i collezionisti e gli storici del medium è rappresentato dalla sezione extra, che include le scansioni in alta risoluzione della cartuccia originale (o meglio, della HuCard, l’iconico formato a scheda del PC Engine) e del manuale di gioco d’epoca.



Peccato però che quest’ultimo sia rimasto esclusivamente in lingua giapponese; un dettaglio che, se da un lato preserva l’autenticità del reperto, dall’altro conferma la natura di “nicchia della nicchia” di questa release, lasciando l’amaro in bocca a chi sperava in una localizzazione completa dei materiali d’archivio.
Nonostante le asperità tecniche, è innegabile che il fascino magnetico di City Hunter riesca ancora a bucare lo schermo, facendo leva su quei momenti in cui il gioco sembra ricordarsi improvvisamente del materiale originale. Esistono infatti dei guizzi di creatività che strappano un sorriso genuino, specialmente durante alcune boss fight che definire sopra le righe sarebbe un eufemismo: basti pensare all’assurdità di dover affrontare una tigre dai denti a sciabola in un action poliziesco, un momento così squisitamente anni ’90 da risultare quasi geniale nella sua follia.
Il fascino magnetico di City Hunter riesce ancora a bucare lo schermo
Ma il vero colpo al cuore per ogni appassionato arriva dal comparto sonoro. L’inclusione della leggendaria “Get Wild” dei TM Network come tema portante è una chicca di valore inestimabile; sentire quelle note mentre si impersona Ryo Saeba è un’esperienza capace di inumidire gli occhi di qualunque nostalgico, trasportandoci istantaneamente a quelle calde serate passate davanti alla TV a seguire le avventure dello strillone di Shinjuku.

Tuttavia, arrivati ai titoli di coda, è impossibile non nutrire sentimenti profondamente combattuti verso questa operazione di recupero. Da un lato, ci troviamo di fronte a un piccolo miracolo dell’archeologia videoludica: una perla del PC Engine mai tradotta prima d’ora che, dopo quasi quattro decenni di oblio, varca finalmente i confini del Giappone per arrivare sulle nostre console moderne.
È un atto di amore verso la conservazione storica che va lodato a prescindere. Dall’altro lato, però, rimane l’amaro in bocca per quello che poteva essere e non è stato. La sensazione persistente è che sarebbe bastato davvero uno sforzo supplementare minimo — una pulizia più chirurgica delle collisioni, un bilanciamento più moderno del respawn dei nemici o una localizzazione più curata degli extra — per trasformare un reperto polveroso in un titolo capace di far sorridere di gioia ogni singolo appassionato, invece di costringerlo a lottare contro un gameplay talvolta frustrante.
Titolo recensione
Concludendo
Questo ritorno di City Hunter si configura come un regalo prezioso ma imperfetto, un oggetto da collezione dedicato a chi è disposto a perdonare tutto a Ryo Saeba pur di vederlo ancora una volta in azione. È un gioco che vive di momenti, di citazioni e di una colonna sonora indimenticabile, ma che richiede al giocatore/giocatrice del 2026 una massiccia dose di pazienza e spirito di adattamento.
Se siete disposti a chiudere un occhio (e forse anche entrambi) sulle rigidità del passato per godervi l’atmosfera di Shinjuku, allora questa HuCard digitale merita un posto nella vostra libreria; in caso contrario, rischiate che il colpo di fulmine si trasformi rapidamente in un colpo a salve.

