L’universo dark fantasy di Steve Gal fonde il folklore giapponese con la follia di Lovecraft in un metroidvania brutale e maledettamente affascinante.
Steve Gal e il team di Pugware tornano a scuotere il panorama del genere con Skautfold: Moonless Knight, un’opera che vorrebbe fondere l’essenza dei metroidvania condita con una spruzzata di meccaniche RPG e un’atmosfera intrisa di puro orrore lovecraftiano. Il titolo prosegue con orgoglio la celebre serie Skautfold, riportandoci in un universo dark fantasy di matrice cthulhiana dove l’oscurità non è solo un elemento estetico, ma un pericolo tangibile che avvolge ogni passo del giocatore.
A dominare la scena è una pixel art minuziosa e vibrante, una vera lettera d’amore all’era dei 16-bit che sembra voler riportare in vita i fasti di SNES e Mega Drive, trasponendoli però in un contesto decisamente più macabro. Ci troviamo proiettati in un Giappone immaginario e distorto, sospeso tra storia e mito, dove dovremo muoverci tra le ombre della corte del Dio Imperatore Oda Nobunaga.
Informazioni sul gioco
Skautfold: Moonless Knight
Data d’uscita: 09/04/2026
Piattaforma: PC, Nintendo Switch
Versione recensita: Nintendo Switch
Sviluppatore: Steve Gal
Publisher: RED ART GAMES / Pugware
La recensione è stata realizzata grazie a un codice digitale gratuito fornitoci da Red Art Games che ringraziamo per il supporto.

Come ogni metroidvania che si rispetti, il cuore pulsante dell’esperienza risiede nel level design: l’esplorazione del Palazzo Imperiale è un susseguirsi di scorciatoie ingegnose e loop strutturali che svelano un mondo interconnesso e soffocante. Si tratta di un luogo funesto, dove l’apparente rigore architettonico delle stanze imperiali nasconde segreti ancestrali e orrori cosmici pronti a emergere dai sotterranei, mettendo costantemente alla prova il coraggio e i riflessi di chiunque osi sfidare la luna oscura.

Un elemento da tenere subito in considerazione è l’assenza della localizzazione in italiano. Sebbene sia una mancanza comune in molte produzioni indie di questa portata — giustificata anche dalle dimensioni ridotte del nostro mercato — è innegabile che l’assenza della lingua nostrana rappresenti una barriera d’ingresso non indifferente per chi non mastica l’inglese, specialmente in un titolo che fa della narrazione criptica e della lettura di documenti un pilastro dell’esperienza.
Passando al design, ci troviamo di fronte a un mondo di gioco strutturato in modo semi-aperto. Questa libertà di approccio permette di esplorare diversi percorsi fin dalle prime battute, ma porta con sé un rovescio della medaglia: la possibilità di imbattersi in boss e sfide non calibrate sulla progressione attuale del giocatore. Non essendoci una divisione netta per grado di difficoltà, capiterà spesso di finire in aree decisamente troppo ostiche per il proprio livello, rendendo la navigazione un continuo processo di prova ed errore.
Bisogna essere onesti: Skautfold: Moonless Knight è un gioco punitivo, a tratti eccessivo. La filosofia “git gud” permea ogni scontro, costringendo il giocatore a un apprendimento mnemonico dei pattern nemici e a una ripetizione sistematica delle stesse zone. In questo contesto, l’esplorazione non è un piacere opzionale ma una necessità di sopravvivenza. Sbloccare le scorciatoie diventa l’unico modo per mitigare una frustrazione che, altrimenti, rischierebbe di prendere il sopravvento.



Il senso di progressione è strettamente legato allo sblocco di nuove abilità e alla comprensione della lore attraverso frammenti sparsi, ma il percorso è ripido. Dover rifare intere sezioni a causa di una morte improvvisa aumenta sensibilmente il peso del backtracking, un elemento che i fan del genere souls-like troveranno familiare, ma che potrebbe allontanare chi cerca un’esperienza metroidvania più bilanciata o meno improntata alla punizione costante.
Ciò che Steve Gal è riuscito a realizzare con Skautfold: Moonless Knight è innegabilmente ammirevole, specialmente se si considera che l’intero progetto è frutto del lavoro di un singolo sviluppatore nell’arco di appena un anno. Vestire i panni di Gray, il Secondo Cavaliere dell’Impero Angelico di Britannia inviato in missione diplomatica presso l’Impero del Sol Levante, regala una reale sensazione di progressione. Se all’inizio ci si sente costantemente vulnerabili, dopo una decina di ore passate a grindare e a limare il proprio stile di combattimento, si inizia finalmente a percepire quella forza necessaria per dominare le ombre del Palazzo Imperiale.

L’avventura si dipana attraverso tre atti e mette sul piatto circa otto boss principali, una struttura che garantisce una buona varietà di sfide per chi ha la pazienza di affrontarle. Graficamente bisogna essere onesti: non siamo di fronte al titolo più strabiliante o rifinito del panorama indipendente, e certi limiti visivi sono evidenti. Tuttavia, è una mancanza su cui si può sorvolare senza troppi rimpianti, dato che la priorità di Pugware è stata chiaramente quella di costruire un gameplay solido, profondo e capace di reggersi sulle proprie gambe. Moonless Knight non cerca di stupire con effetti speciali, ma con la concretezza di un’esperienza dura e pura che premia la dedizione del giocatore o della giocatrice.
Skautfold: Moonless Knight è disponibile su PC e Nintendo Switch.
Skautfold: Moonless Knight
Concludendo
Tirando le somme, Skautfold: Moonless Knight è un’opera orgogliosamente “vecchia scuola”, onesta nel suo essere spartana e ostinata nella sua difficoltà. Non è, e non vuole essere, un titolo per tutti: la barriera linguistica e una curva di apprendimento che non conosce pietà sono ostacoli reali che richiedono una buona dose di pazienza. Eppure, superata la scorza di una pixel art non sempre rifinitissima e la frustrazione di qualche game over di troppo, emerge un cuore pulsante fatto di design intelligente e atmosfere uniche.
Se siete alla ricerca di un metroidvania che vi metta davvero alla prova e amate quei mondi dove l’acciaio delle katane incontra l’orrore cosmico, questo viaggio nel Giappone di Oda Nobunaga merita una chance. Non sarà il gioco più pulito dell’anno, ma per essere il frutto della visione di un singolo sviluppatore, è un traguardo che emana una passione genuina, ormai rara da trovare nelle produzioni più blasonate.

