Rise of the Tomb Raider

Rise of the Tomb Raider 20 Year Celebration – Versione Switch 2 – Recensione

A undici anni dal suo debutto, Lara Croft torna a sfidare le nevi della Siberia. Un porting solido e un’edizione ricchissima di contenuti per l’ibrida di casa Nintendo, che resiste bene ai segni del tempo.

Incredibile a dirsi, ma sembra passata una vita da quando, nel lontano 2015, fui tra i fortunati a provare (e recensire) l’originale Rise of the Tomb Raider al momento della sua primissima uscita. Rappresentava il cruciale secondo capitolo dell’ambizioso reboot targato Crystal Dynamics, un vero e proprio kolossal tripla A che aveva il gravoso compito di consolidare il rilancio dell’iconica archeologa per il nuovo millennio.

L’obiettivo degli sviluppatori era chiaro e audace: allontanarsi definitivamente dalla supereroina acrobatica, invincibile e intoccabile degli anni ’90, per consegnarci una Lara Croft profondamente umana e tangibile. Ci trovammo davanti a una ragazza più giovane, vulnerabile, costantemente messa alla prova da un ambiente spietato; decisamente più “sopravvissuta” che avventuriera scafata, segnata nel corpo ma spinta da una determinazione inarrestabile.

Avendo ormai qualche annetto sulle spalle (sì, lo ammetto, non sono più giovanissimo) e avendo vissuto in prima persona sia l’era dei poligoni spigolosi della “prima” Lara che l’impatto squisitamente cinematografico di questa “seconda” iterazione, ricordo di aver apprezzato parecchio la direzione presa dal titolo.

Al contrario della tendenza — esplosa proprio in quegli anni — di riempire i giochi con mondi aperti spesso dispersivi, Rise of the Tomb Raider optava per un approccio molto più mirato. Niente open world sconfinati e annacquati, ma macro-aree esplorabili sapientemente segmentate. Una formula ibrida di free-roaming controllato e metroidvania, dove ogni singola zona era incredibilmente densa e restituiva un senso di scoperta genuino.

Ogni angolo, ogni anfratto innevato nascondeva collezionabili, sfidanti tombe opzionali e frammenti di lore pronti ad arricchire la narrazione ambientale. Il tutto, ovviamente, mentre si cercava disperatamente di sopravvivere alle ostilità della Siberia, alternando un combat system viscerale basato sull’uso silenzioso e letale dell’arco, colpi brutali di piccozza e scambi a fuoco disperati con la fedele pistola.

Oggi, nel 2026, l’arrivo della massiccia 20 Year Celebration sulla fiammante Nintendo Switch 2 ci pone davanti a un quesito inevitabile: dopo la bellezza di 11 anni, questa gelida avventura ha perso qualcosa del suo smalto originale, o il tempo l’ha resa un classico ancora più godibile? Scopriamolo insieme.


Rise of the Tomb Raider 20 Year Celebration
Piattaforma: 09/06/2026
Versione recensita: Nintendo Switch 2
Sviluppatore: Crystal Dynamics, Aspyr Media, Eidos Interactive
Publisher: Square Enix

La recensione è stata realizzata grazie a un codice digitale gratuito fornitoci da Aspyr e Sandbox Strategies che ringraziamo per il supporto.


In questa veste survivalista, troviamo una protagonista in piena evoluzione: decisamente più esperta, letale e sicura di sé rispetto alla naufraga terrorizzata e in balia degli eventi vista sull’isola di Yamatai nel reboot del 2013, ma al contempo ancora ben lontana dall’inarrivabile apoteosi dell’eroina classica. La bussola morale e narrativa di questo capitolo poggia interamente sul trauma e sull’eredità familiare. La nostra giovane archeologa è infatti determinata a ripercorrere le tracce e gli appunti ossessivi lasciati dal defunto padre, Lord Richard Croft.

Al centro di questo gelido mistero c’è la leggendaria Sorgente Divina, un potentissimo e oscuro artefatto apparentemente in grado di concedere l’immortalità. Il prezzo da pagare per la vita eterna, tuttavia, è aberrante: la Sorgente assorbe le anime dei defunti, negando loro il riposo nell’aldilà e generando effetti collaterali a dir poco disastrosi per chiunque osi manipolarne l’energia.

Come potete facilmente immaginare, il peso del lutto si fonde con una radicata ossessione psicologica. Lara non cerca la gloria o il tesoro fine a se stesso; il suo è un viaggio disperato per riabilitare il nome della sua famiglia, per dimostrare al mondo accademico (e a se stessa) che suo padre non era affatto il folle visionario che tutti credevano e deridevano. È questa cieca ostinazione a spingerla a inerpicarsi tra le letali vette siberiane e le rovine perdute dell’antica città di Kitež, finendo inevitabilmente per incrociare (e far scontrare) il proprio cammino con quello della Trinità. Questa misteriosa e spietata organizzazione paramilitare dalle derive fanatiche si profila fin dalle prime battute come un antagonista formidabile, pronto a tutto pur di mettere le mani sull’artefatto prima di lei.

Ora, credo fermamente che dopo 11 anni dalla release originale il concetto di “spoiler” cada ampiamente in prescrizione, ma per puro scrupolo e rispetto verso chi magari recupererà il titolo per la prima volta proprio grazie a questa edizione per Switch 2, cercherò di limitare al minimo i dettagli sulla trama avanzata.

L’impianto narrativo si mantiene su binari abbastanza lineari: è la classica epopea d’azione cinematografica, impreziosita da qualche piccolo ma efficace colpo di scena piazzato strategicamente verso le battute finali. Comunque sia, la storia fa esattamente il suo dovere: è sufficientemente ritmata, epica e gradevole da giustificare e stimolare la nostra continua spinta verso l’esplorazione. Un coinvolgimento emotivo che regge solido dall’inizio alla fine, nonostante ogni tanto, pad alla mano, venga spontaneo guardare lo schermo, scuotere la testa e sospirare: “Ma chi te l’ha fatto fare, Lara?”, specialmente un attimo prima di vederla tuffarsi temerariamente nell’oscurità di una tomba sotterranea piena di trappole mortali, spuntoni arrugginiti e acqua putrida.

Personalmente, custodisco un ricordo molto vivido della mia prima avventura siberiana su PC. All’epoca, poter far girare Rise of the Tomb Raider con tutte le opzioni grafiche e i dettagli settati al massimo (il famoso e pesantissimo PureHair per la simulazione della chioma di Lara, per intenderci) rappresentava una vera e propria gioia per gli occhi e un banco di prova per l’hardware. Avvicinandomi a questa incarnazione per Nintendo Switch 2, ammetto che un briciolo di scetticismo era fisiologico: quando si portano titoli tripla A del passato su console ibride, il timore di trovarsi di fronte a un downgrade visivo doloroso è sempre dietro l’angolo.

Invece, con grande e piacevole sorpresa, l’esperienza si è rivelata estremamente solida. Gli sviluppatori sono riusciti nell’ingrato compito di ottimizzare l’avventura sul nuovo hardware della casa di Kyoto senza sacrificare eccessivamente l’impatto scenografico e atmosferico che aveva stregato il pubblico undici anni fa.

Certo, per onestà intellettuale bisogna scendere a patti con la natura portatile della macchina. Nelle fasi più concitate o negli scenari visivamente più vasti e densi di vegetazione, fa capolino ogni tanto qualche piccolo e sporadico calo di framerate. È un fenomeno che si avverte in particolar modo quando si scollega la console e si gioca in modalità handheld. Si tratta, tuttavia, di incertezze assolutamente marginali e del tutto comprensibili, che non inficiano quasi mai la reattività dei comandi o la godibilità dell’azione.

L’esperienza si è rivelata estremamente solida.

Nel suo complesso, il lavoro di porting è stato realizzato in maniera davvero egregia: il design di Rise of the Tomb Raider dimostra di non essere poi così distante dagli standard odierni. La struttura di gioco e il level design sono invecchiati benissimo, permettendo a chiunque di prendere in mano la console e farsi assorbire dall’esperienza con una naturalezza disarmante.

Sotto il profilo prettamente prestazionale, il titolo si comporta in modo lodevole, aggrappandosi saldamente al target dei 30 FPS costanti per la quasi totalità dell’avventura. C’è però un dettaglio che farà discutere i puristi del gameplay: per sfruttare le peculiarità dell’hardware Nintendo, il gioco implementa le nuove funzionalità di puntamento in stile “mouse” offerte dai Joy-Con 2. Sulla carta, un’aggiunta intrigante pensata per simulare la precisione di un PC durante la mira con l’arco o nelle sezioni stealth. All’atto pratico, però, devo ammettere che l’esperimento non è stato coronato da un grande successo. Il feeling di questi controlli ibridi risulta a tratti un po’ slegato e impreciso, finendo paradossalmente per rallentare l’azione durante le sparatorie più caotiche in cui la reattività è tutto.

Il lavoro di porting è stato realizzato in maniera davvero egregia

Il mio consiglio spassionato? Ignorate questa trovata hardware, disabilitate i sensori e rimanete comodamente ancorati al buon vecchio feedback del controller tradizionale. La fidata levetta analogica, unita alla mira assistita ben bilanciata del gioco, resta ancora l’approccio migliore per garantire a Lara la sopravvivenza.

Spostando l’attenzione pad alla mano, il core loop del gioco è rimasto ovviamente fedele alla sua concezione del 2015, bilanciandosi costantemente su due grandi pilastri: l’esplorazione ambientale e il combattimento. Mentirei se dicessi che il titolo è invecchiato male, perché la formula metroidvania applicata alle macro-aree funziona ancora alla grande.

Tuttavia, avendo ormai negli occhi e nei pollici i fluidissimi action-adventure odierni, è innegabile che dopo tutti questi anni il sistema di controllo risulti leggermente “legnoso”. I movimenti di Lara, i salti e le transizioni tra le coperture mostrano una rigidità tipica della scorsa generazione. È uno scotto assolutamente normale e comprensibile per un titolo con più di un decennio sulle spalle, a cui fortunatamente ci si abitua nel giro della primissima ora di gioco.

Dove forse il peso del tempo si fa sentire in modo più marcato è nell’intelligenza artificiale e nel bilanciamento degli scontri. Sebbene il gioco cerchi in tutti i modi di gettare una certa varietà nel mix (spingendo sull’approccio stealth, sulle trappole ambientali o sulle diverse bocche da fuoco), i nemici umani e gli animali feroci che incontreremo lungo il cammino non sono, alla fine dei conti, nulla di più che enormi bersagli da caricare con frecce e proiettili. Che vi troviate davanti a un possente orso siberiano o a un mercenario della Trinità pesantemente corazzato, l’approccio si ridurrà quasi sempre a scaricare danni su danni finché la barra vitale nascosta non si azzera, minando un po’ la sensazione di realismo e sopravvivenza.

Fortunatamente, a distrarci da queste spigolosità di design interviene il comparto visivo. Perché sì, nonostante i compromessi hardware e il tempo trascorso, alcuni scenari sono ancora letteralmente sbalorditivi da ammirare. Dai caldi riflessi del prologo siriano fino ai ghiacciai perennemente sferzati dalle bufere siberiane, la direzione artistica di Crystal Dynamics si conferma eccelsa, dimostrando come un’ottima estetica possa sopravvivere egregiamente al naturale invecchiamento dei pixel.

A chiudere il cerchio, e ad alzare drasticamente il voto di questa operazione, ci pensa l’offerta contenutistica. Questa edizione per Switch 2 include già di base tutti i DLC rilasciati all’epoca: dall’affascinante espansione narrativa Baba Yaga: Il tempio della strega, alla struggente esplorazione del maniero di famiglia in Legami di Sangue, fino ad arrivare alla Modalità Sopravvivenza e alla grottesca variante a tema zombie L’incubo di Lara. Considerando la quantità di denaro richiesta oggi per portarsi a casa questa collection, ci troviamo di fronte a un pacchetto dal rapporto qualità-prezzo interessantissimo, capace di garantire decine di ore di intrattenimento.

Nonostante i compromessi hardware e il tempo trascorso, alcuni scenari sono ancora letteralmente sbalorditivi da ammirare

Infine, menzione d’onore per il comparto sonoro. La colonna sonora orchestrale fa ancora il suo dovere nel pompare l’adrenalina durante le fughe concitate. Il doppiaggio nel complesso non è male, anche se la localizzazione italiana risente particolarmente dell’usura del tempo. Rispetto agli standard attuali del nostro doppiaggio videoludico — diventato estremamente naturale e cinematografico — alcune inflessioni e recitazioni della nostra lingua risultano un po’ piatte o “scollegate” dall’azione a schermo. Un difetto veniale, però, che non scalfisce il fascino di poter (ri)vivere una delle avventure più belle della giovane Lara Croft, ora comodamente sul divano o in metropolitana.


Rise of the Tomb Raider 20 Year Celebration

Recensione a cura di Amedeo Davit

Grafica
85%
Coinvolgimento
85%
Giocabilità
80%
Innovazione
70%

Concludendo

Rise of the Tomb Raider: 20 Year Celebration sbarca su Nintendo Switch 2 confermandosi un titolo di altissimo livello, capace di difendersi egregiamente nonostante gli undici anni che lo separano dalla sua uscita originale. Se siete disposti a chiudere un occhio su un combat system diventato inevitabilmente un po’ legnoso e su nemici che incassano colpi come spugne, vi ritroverete tra le mani un’avventura dal ritmo incalzante e dal fascino innegabile. Il porting è stato realizzato con cura, garantendo un’esperienza solida e visivamente appagante sia in modalità TV che in handheld. Aggiungeteci l’inclusione di tutti i corposi DLC usciti all’epoca e otterrete un pacchetto dal valore eccezionale. Che siate veterani nostalgici o nuovi giocatori pronti a esplorare per la prima volta la gelida Siberia, questa tappa fondamentale della vita di Lara Croft merita assolutamente un posto nella vostra libreria digitale.

80%

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