Necrophosis – Full Consciousness – Recensione

Necrophosis – Full Consciousness – Recensione

Un macabro viaggio tra enigmi e body horror in un incubo biomeccanico ispirato a Giger e Lovecraft.

Chi mi conosce e segue i miei contenuti sa perfettamente quanto io subisca il fascino perverso delle atmosfere cosmiche e indicibili nate dalla penna di H.P. Lovecraft. Il senso di insignificanza dell’essere umano di fronte all’ignoto è un tema che nei videogiochi, se trattato con i guanti, regala sempre grandi soddisfazioni. Se a questa lenta discesa nella follia ci aggiungiamo poi un comparto estetico e visivo pesantemente influenzato dagli incubi biomeccanici di H.R. Giger — in cui la carne fredda si fonde con architetture aliene e disturbanti — la miscela diventa istantaneamente una calamita irresistibile per la mia curiosità.

È esattamente su queste premesse, tanto affascinanti quanto grottesche, che si fonda Necrophosis – Full Consciousness, la nuova oscura fatica sviluppata da Dragonis Games, sbarcata su PlayStation 5. Ci troviamo di fronte a un’opera che non fa sconti e si tuffa a capofitto nei meandri più raccapriccianti del body horror. Non stiamo parlando di semplici jump scare o di mostri che spuntano dagli armadi, ma di un’esplorazione terrificante, vissuta rigorosamente in prima persona, all’interno di un mondo dove ogni parete, ogni interruttore e ogni scenario sembra pulsare di una vita propria e malata.

Devo essere onesto: quando pad alla mano mi trovo ad affrontare produzioni di questo calibro, così viscerali e incentrate puramente sulla percezione sensoriale, faccio sempre una certa fatica a trasporre a parole l’esatta sensazione di disagio che si prova fissando lo schermo. È un’esperienza che ti entra letteralmente sotto la pelle. Posso però dirvi con certezza assoluta cosa non troverete in questo titolo. Necrophosis: Full Consciousness prende una decisione coraggiosa e radicale: elimina del tutto qualsivoglia sistema di combattimento. Dimenticatevi armi da fuoco, schivate all’ultimo secondo o boss fight adrenaliniche. L’intera impalcatura ludica dedica tutto il suo peso a un’esplorazione lenta, pesante e opprimente, dove l’osservazione e la risoluzione di complessi enigmi ambientali sono l’unico strumento a vostra disposizione per sopravvivere e avanzare.


Necrophosis – Full Consciousness
Data d’uscita: 27 maggio 2026
Piattaforma: PC, PS5, Xbox Series X | S
Versione recensita: PS5
Sviluppatore: Dragonis Games
Publisher: Dragonis Games

La recensione è stata realizzata grazie a un codice digitale gratuito fornitoci da Dragonis Games che ringraziamo per il supporto.

Siete voi, vulnerabili e indifesi, contro un ecosistema che vi rigetta. Non aspettatevi mappe sconfinate, indicatori di missione o un mondo aperto in cui perdervi liberamente. Il gioco si struttura come un’esperienza estremamente lineare, ma questa rigidità non è un difetto: è una vera e propria discesa guidata nell’orrore. Un tunnel claustrofobico e macabro che vi costringe ad affrontare le aberrazioni che vi sbarrano la strada, senza lasciarvi via di scampo.

Mettiamo quindi da parte le paure e immergiamoci in questo abisso di carne e pietra. Scopriamo insieme se Necrophosis sarà riuscito a fare centro, consegnandoci un incubo a occhi aperti degno di essere vissuto, o se si rivelerà l’ennesimo “non morto” destinato a marcire nel dimenticatoio dei titoli horror.

Necrophosis: Full Consciousness elimina del tutto qualsivoglia sistema di combattimento

Come accennato in precedenza, il fulcro pulsante dell’intera esperienza di gioco risiede in una metodica esplorazione unita alla risoluzione di puzzle ambientali. Questi enigmi si presentano come meccanismi intricati e, per restare in tema, profondamente “malati” nel loro concept, ma godono di un bilanciamento encomiabile: pur calati in un contesto surreale, risultano sempre ancorati a una loro logica interna e non risultano mai impossibili o inutilmente frustranti da decifrare. Anzi, spesso sono decisamente semplici nonostante l’apparenza.

Gran parte del merito per l’atmosfera asfissiante va attribuito all’eccellente sfruttamento dell’Unreal Engine, capace di restituire una resa visiva di grande impatto. Le desolate distese desertiche e le creature grottesche che popolano questo incubo sono modellate con una cura maniacale per i dettagli più macabri. Sotto questo aspetto, è impossibile non notare forti influenze e omaggi a pilastri del genere come Silent Hill, specialmente per quanto riguarda il character design disturbante delle aberrazioni che incroceremo.

Allo stesso modo, il paragone con Scorn sorge spontaneo nella mente di chiunque vi posi gli occhi: le derive estetiche e le architetture biomeccaniche sono incredibilmente affini, ma è doveroso tracciare una linea di demarcazione netta. A differenza dell’opera di Ebb Software, Necrophosis rinuncia totalmente al combattimento, offrendo un ritmo pacato e un approccio riflessivo che lo allontanano del tutto dal genere action.

Gli enigmi spesso sono decisamente semplici nonostante l’apparenza.

Scavando nella lore del titolo, ci troviamo scagliati in un’epoca insondabile, millenni dopo l’inevitabile collasso e la distruzione dell’intero universo conosciuto. Il giocatore/giocatrice si risveglia in un regno desolato dove la Mietitrice sembra dominare incontrastata; un luogo alieno in cui riecheggia prepotentemente il celebre mantra lovecraftiano per cui anche la morte può morire. Il mondo intero è flagellato dalla “Necrofosi”, un’oscura maledizione cosmica che infligge un decadimento perenne e inesorabile a tutto ciò che sfiora. In questo paesaggio ostile, plasmato con un’attenzione quasi morbosa per l’orribile, il senso di terrore e putrefazione permea ogni singolo anfratto. Persino i bizzarri PNG (o quel che ne resta) che incontreremo sul nostro cammino sono infetti e corrotti fino al midollo dalla maledizione, incarnando fisicamente e spiritualmente l’essenza stessa della decomposizione.

Sapere che un’opera del genere è il frutto della mente e della fatica di un singolo sviluppatore indipendente — il quale ha riversato un quantitativo di lavoro sbalorditivo nel world design, nell’intreccio e nell’impianto ludico — lascia davvero a bocca aperta e merita un plauso sincero.

Purtroppo, però, non è tutto oro (o sangue) quel che luccica, e proprio il comparto narrativo finisce per mostrare il fianco a qualche critica. La narrazione, infatti, soffre di una marcata e persistente ripetitività che potrebbe facilmente stancare più di un giocatore. I dialoghi e i lunghi monologhi interiori tendono ad avvitarsi troppo su se stessi, appoggiandosi costantemente sugli identici, logoranti concetti: si parla all’infinito di sofferenza inaudita, di tormento eterno, di eoni che scorrono inesorabili e di ineluttabile decadenza. Una ridondanza tematica che, pur volendo trasmettere l’agonia di questo mondo morto, alla lunga rischia di appiattire il coinvolgimento emotivo, privando il racconto di quei guizzi o di quelle variazioni necessarie a mantenere sempre viva e vigile l’attenzione del giocatore o della giocatrice fino ai titoli di coda.

A bilanciare una narrazione a tratti eccessivamente ridondante, ci pensa fortunatamente una delle meccaniche di gameplay più riuscite e genuinamente macabre dell’intero pacchetto: la possibilità di trasferire la propria coscienza. Nel corso dell’avventura avremo infatti l’opportunità di estrarre e letteralmente “infilare” un cervello all’interno di altre aberrazioni biologiche. Parassitare queste creature si rivelerà fondamentale per risolvere determinati enigmi, permettendoci di superare ostacoli altrimenti insormontabili, manipolare meccanismi, aprire porte o spostarci in aree inaccessibili al nostro corpo originario. Si tratta di un’idea di design brillante, che si sposa alla perfezione con le derive body horror dell’opera e aggiunge un piacevole strato di profondità all’esplorazione.

Sul fronte puramente tecnico, tuttavia, occorre fare i conti con la natura estremamente indipendente e artigianale del progetto. Ricordando che Necrophosis – Full Consciousness è frutto del sudore e della passione di praticamente un solo sviluppatore, è facile — e direi doveroso — chiudere un occhio di fronte a inevitabili sbavature. Durante la nostra discesa nell’incubo non sarà raro imbattersi in fastidiose compenetrazioni poligonali, animazioni che risultano a tratti decisamente legnose e qualche bug sporadico sparso qua e là. Si tratta di difetti innegabili, ma che rappresentano un compromesso più che comprensibile per una produzione di questa scala, e che per fortuna non vanno a inficiare drammaticamente la godibilità generale del titolo.

Per quanto riguarda la longevità, l’esperienza offerta da Dragonis Games si rivela piuttosto contenuta. Se affrontato con il giusto piglio e una buona dose di intuito, il gioco può essere portato ai titoli di coda in meno di cinque ore. Una durata che potrebbe far storcere il naso agli amanti delle avventure chilometriche, ma che a conti fatti si rivela una scelta saggia e ponderata: un’esperienza così opprimente e lineare ne esce valorizzata proprio grazie alla sua brevità, evitando di annacquare le meccaniche o venire a noia, risultando pienamente appagante per chi cerca un brivido intenso da consumare in un paio di serate.

A chiudere il cerchio troviamo un sound design che, pur senza gridare al miracolo, svolge dignitosamente il proprio lavoro. Non aspettatevi una colonna sonora memorabile da ascoltare in loop o una campionatura audio da tripla A; tuttavia, i suoni viscerali, i gorgoglii biologici e l’accompagnamento ambientale si amalgamano bene con l’estetica generale, contribuendo a mantenere viva la tensione e a rendere la permanenza in questo mondo corrotto un’esperienza decisamente tetra e angosciante fino alla fine.

Necrophosis – Full Consciousness è ora disponibile nel PlayStation Store.


Necrophosis – Full Consciousness

Recensione a cura di Amedeo Davit

Grafica
75%
Coinvolgimento
75%
Giocabilità
60%
Innovazione
50%

Concludendo

Necrophosis – Full Consciousness non è un titolo per tutti. È un’opera grezza, imperfetta, senza alcun tipo di combattimento e con una narrativa a tratti prolissa. Eppure, se siete orfani di Scorn, amanti di H.R. Giger e del body horror più puro, la dedizione di questo singolo sviluppatore saprà regalarvi un’esplorazione macabra ed enigmatica che vale assolutamente la pena vivere. Un piccolo, disturbante incubo di carne e sangue.

65%

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