Un orrore che funziona meglio quando sussurra
Probabilmente anche per cavalcare il successo e la riconoscibilità del fumetto originale, Rock Square Thunder ha scelto di reinterpretare I Hate This Place attraverso una visuale isometrica che negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria seconda giovinezza, soprattutto all’interno della scena indie.
Una scelta tutt’altro che casuale, che permette allo studio di costruire un’esperienza action/horror capace di mantenere intatti i temi maturi, disturbanti e profondamente inquieti della graphic novel di Kyle Starks e Artyom Topilin, pur raccontando una storia originale e autonoma, perfettamente inserita in quell’universo narrativo.

Il gioco non si limita quindi a essere una trasposizione pedissequa, ma prova ad espandere il mito di I Hate This Place, esplorandone i confini con nuovi personaggi, nuovi traumi e nuove ossessioni. Al centro di tutto c’è Elena, una protagonista fragile ma determinata, che si mette sulle tracce di Lou, la sua amica scomparsa dopo che entrambe hanno preso parte a un rituale occulto per contattare un familiare defunto, la scomparsa madre di Elena stessa.
Informazioni sul gioco
I Hate This Place
Data d’uscita: 29 gennaio 2026
Piattaforma: PC, PlayStation 5, Xbox Series X | S, Nintendo Switch
Versione recensita: PC
Sviluppatore: Rock Square Thunder
Publisher: Feardemic

Un gesto disperato, carico di dolore e rimpianto, che — come spesso accade nelle storie horror migliori — apre una porta che non avrebbe mai dovuto essere spalancata. Da quel momento in poi, la realtà si incrina e il gioco ci trascina in una versione “alternativa” del Rutherford Ranch, un luogo che diventa progressivamente sempre più ostile e deformato, evocando immediatamente paragoni con mondi come quello di Silent Hill: spazi familiari resi irriconoscibili, silenzi opprimenti, presenze che sembrano osservarci anche quando lo schermo è vuoto.
Il gioco prova ad espandere il mito di I Hate This Place
Sopravvivere in questa dimensione distorta significa fare i conti non solo con creature letali e visioni da incubo, ma anche con il senso di colpa, la perdita e l’orrore dell’irreversibile. I Hate This Place costruisce così un’esperienza che non punta solo sullo spavento immediato, ma su un disagio costante, strisciante, che accompagna ogni passo di Elena e del giocatore/giocatrice, trasformando l’esplorazione in un viaggio emotivo prima ancora che fisico. Un incubo a occhi aperti, dove la ricerca di risposte diventa lentamente una lotta per la sopravvivenza, e dove ogni angolo del ranch sembra ricordarci che certi luoghi, una volta profanati, non smettono mai davvero di odiarti.



Dal punto di vista narrativo, però, I Hate This Place sceglie una strada sorprendentemente essenziale. La trama procede in modo piuttosto lineare, quasi spogliata di quegli orpelli e di quelle stratificazioni tipiche di molte produzioni horror contemporanee, e questo porta rapidamente il giocatore o la giocatrice nel cuore dell’esperienza: Elena viene gettata senza troppi preamboli in una lotta per la sopravvivenza fatta di creature da incubo, armi improvvisate e una costante sensazione di vulnerabilità. È una scelta che divide. Da un lato rende il ritmo più serrato e immediato, dall’altro rischia di sacrificare parte di quella profondità emotiva che il materiale originale lasciava intuire.
I Hate This Place sceglie una strada sorprendentemente essenziale
L’impianto ludico strizza chiaramente l’occhio ai fan dei survival più classici, introducendo sistemi di crafting e gestione delle risorse che diventano rapidamente centrali: nel ranch possiamo cucinare, utilizzare banchi da lavoro, assemblare armi da mischia o a distanza, prepararci con equipaggiamento sempre più efficace. Curiosamente, però, la scarsità di risorse — pilastro quasi sacro del genere — qui è meno opprimente del previsto. Per alcuni puristi potrebbe essere un difetto, perché riduce quella tensione legata alla sopravvivenza estrema; per altri, invece, rappresenta un pregio non da poco, rendendo l’esperienza più accessibile e meno punitiva senza snaturarne del tutto l’atmosfera. Anche la struttura delle missioni segue questa filosofia: niente indicatori invadenti o direzioni esplicite, ma una costellazione di indizi, suggerimenti ambientali e tracce narrative che guidano l’esplorazione in modo più organico, quasi naturale.



Al centro dell’orrore rimane la figura enigmatica dell’Uomo con le Corna (i giochi di parole con il Cornuto si sprecano), presenza che affonda le radici nel passato di Elena. Da bambina, sua madre fu rapita da un’entità oscura che lei ha sempre identificato con questa divinità — o demone — patrona della regione. Incapace di accettare il mistero, Elena si affida all’amica Lou per evocare proprio quella presenza… e il rituale, inevitabilmente, degenera. Lou scompare, lasciando alla protagonista un doppio obiettivo tanto semplice quanto emotivamente devastante: ritrovare l’amica e scoprire cosa sia realmente accaduto a sua madre. È qui che il gioco trova la sua spinta più autentica, trasformando la progressione in una ricerca personale prima ancora che in una fuga dall’orrore.
L’impianto ludico strizza chiaramente l’occhio ai fan dei survival più classici
Quando cala la notte, poi, I Hate This Place mostra il suo volto migliore. La torcia diventa l’unico fragile baluardo contro l’oscurità, i boschi si popolano di presenze aggressive e imprevedibili, e ogni passo sembra poter essere l’ultimo. In questo contesto emerge con forza il lavoro sul sound design: un elemento spesso sottovalutato, ma qui capace di sostenere da solo gran parte della tensione emotiva. Rumori lontani, silenzi improvvisi, segnali acustici appena percepibili costruiscono un’ansia sottile e persistente, dimostrando come l’orrore più efficace non sia quello che urla, ma quello che sussurra nell’ombra.
Un altro elemento che merita attenzione — e che allo stesso tempo divide — è la scelta di visualizzare il rumore prodotto dal giocatore/giocatrice attraverso onomatopee in stile fumetto, più grandi quando si corre e appena sussurrate quando ci si muove abbassati per non far rumore. È un’idea di sound design “visivo” decisamente affascinante, quasi metanarrativa, che strizza l’occhio agli appassionati di visual novel e al linguaggio del fumetto da cui l’opera prende origine, regalando momenti in cui è facile lasciarsi scappare un sorriso. Tuttavia, questa trovata stilistica così marcata contribuisce anche a rendere l’esperienza meno opprimente di quanto ci si aspetterebbe da un horror puro, spostando l’equilibrio verso qualcosa di più ibrido, sospeso tra tensione e rappresentazione grafica.

Come accennato, il crafting rimane il vero cuore dell’esperienza, ma proprio qui emergono alcune delle perplessità più evidenti. L’esplorazione non porta tanto a trovare armi o risorse “classiche” alla Resident Evil, quanto piuttosto materiali destinati a migliorare le strutture del ranch, espandere la produzione e generare nuove possibilità di sopravvivenza. Il problema è che, col passare delle ore, questa componente gestionale cresce fino a diventare quasi sproporzionata: tra distillerie, laboratori metallurgici e servizi sempre più complessi, risulta difficile conciliare tutto con l’idea di una ragazza comune catapultata in un incubo sovrannaturale. Certo, la sospensione dell’incredulità fa parte del patto implicito con il genere, ma qui sembra chiedere uno sforzo leggermente superiore al necessario.
Tutto converge verso un equilibrio che non sempre convince. L’attenzione quasi ossessiva per la gestione delle risorse e delle strutture finisce per lasciare in secondo piano una narrazione già di per sé molto essenziale, generando la sensazione che I Hate This Place avrebbe potuto osare di più proprio sul piano emotivo e narrativo. Paradossalmente, alcuni dei momenti più riusciti restano quelli fatti solo di suoni lontani, silenzi tesi e inquietudine suggerita, mentre diverse boss fight risultano meno memorabili del previsto. E per un horror, dove il terrore dovrebbe culminare proprio negli scontri più significativi, questa è forse la critica più difficile da ignorare.
I Hate This Place
Concludendo
Nel complesso, I Hate This Place è un progetto che mostra personalità, idee visive forti e un rispetto evidente per il materiale originale, ma che fatica a trovare un equilibrio pienamente soddisfacente tra sopravvivenza gestionale, tensione horror e coinvolgimento narrativo.
Quando rallenta, quando lascia spazio ai suoni, all’esplorazione incerta e alla fragilità di Elena, il gioco riesce davvero a colpire nel segno. Quando invece accelera verso sistemi troppo macchinosi o scontri meno ispirati, perde parte della sua forza. Rimane quindi un’esperienza interessante, imperfetta, ma capace di lasciare qualcosa — soprattutto in chi cerca un horror più atmosferico che spettacolare, più inquieto che rumoroso.

